Dal testo di Renato Civello nel Volume “La Monarchia di Dante Alighieri” di Corrado Gizzi
Il contributo dato dal noto artista americano Robert Carroll a questa manifestazione dantesca, davvero 'unica', per impostazione strutturale e livello, promossa dalla Casa di Dante in Abruzzo fondata da Corrado Gizzi, è complesso e vigoroso. Non è facile intendere appieno tutti i concetti dell'orditura-teorema legittimata ad interpretare sei capitoli del libro secondo del De Monarchia e uno del terzo. Ma non ha una esclusiva rilevanza che Carroll sia stato più o meno fedele, per quel che concerne lo specifico dell'autorità imperiale, al giudizio di uno spirito tra i più eccelsi della letteratura mondiale: ciò che anzitutto interessa è il raggiungimento estetico della sua interpretazione, a prescindere dall'aderenza certo non capillare al soggetto affrontato mi limito ad esemplificare con tre degli acquarelli realizzati.
Nel settimo capitolo del trattato dantesco, dove si afferma che il giudizio di Dio si può conoscere per ragione o per fede, essendo talvolta nascosto, l'autore del dipinto ha cercato di comunicarci, pur nel carattere di
necessità enigmatico della domanda, il senso della coscienza cosmica, della vita e della morte che inesorabilmente la conclude. Al centro e ai lati aperture di luce, nella zona superiore una figura in ginocchio e piegata, dal purissimo segno. L'acquarello che illustra il capitolo ottavo, che si chiude
affermando che i Romani hanno vinto fra tutti i popoli, per volere di Dio, la competizione per il dominio del mondo, è un'allegoria essenzialmente figurativa delle gare, con il compendio di "Movimento, Equilibrio, Onde universali". L'ultimo capitolo del libro secondo, l'undicesimo, sanziona che Cristo, figlio di Dio, fu mandato a morte sotto Tiberio Cesare, il capo di un impero che aveva giurisdizione su tutto il genere umano; e così l'umanità intera subiva il castigo divino nella carne stessa di Cristo. Nell'organismo anulare dell'acquarello s'incastona drammaticamente una teoria figurale piuttosto indeterminata, specie nell'incupito centro del cerchio. Ho sempre stimato molto - e recentemente il mio apprezzamento, preceduto autorevolmente da quello dei Pratolini e dei Tobino, dei Carrieri, dei Vittoriani e via dicendo, ha avuto conferma nella bella antologica al Museo Civico di Francavilla al Mare - Carroll, i suoi modi niente affatto incardinati passivamente al reale, ma nondimeno refrattari al vaniloquio della mera astrazione. Non posso non condividere l'opinione del mio illustre concittadino
Quasimodo, che presentando parecchi anni fa il giovane artista statunitense al
Premio Guggenheim affermava che dietro l'intrico della tecnica, delle idee e dei sentimenti appariva perentoriamente l'uomo.
Renato Civello
Dal testo “Figurare il Dante Politico” di Carlo Fabrizio Carli, nel volume
“La Monarchia di Dante Alighieri” di Corrado Gizzi.
Robert Carroll vive da quasi mezzo secolo in Italia, ma è rimasto statunitense anche nelle più intime fibre. E questa considerazione ha certo valore per le matrici della sua pittura di vocazione realista, in cui scorgi l'eco di Hopper, di Ben Shahn, di Levine e, più in generale, della peculiare tradizione del realismo pittorico americano, tuttavia condotta da Carroll ad esiti molto personali, dove scrisse molto bene Mario De Micheli - "natura e allucinazione si confondono, dove corrono brividi baluginanti e le ombre intessono agguati, dove tappezzerie e mobili maculati compongono un 'teatro' perfettamente adeguato all'azione reale-irreale dei personaggi".
Ma, se mi si consente, l'americanità di Carroll supera i confini propri della pittura
fino ad interessare la sua stessa attitudine culturale.
Una testimonianza esemplare mi
sembra offerta proprio da questo gruppo di grandi, felicissimi e misteriosi acquerelli che
l'artista ha eseguito in questa occasione, per proporre una sua interpretazione visiva
della Monarchia dantesca. Acquerelli dove la libertà propria del gesto sembra associarsi
alla preziosità grafica del segno e della scrittura. E, unitamente alle tavole, il commento,
anche qui criptico e affidato ad un registro di lettura dichiaratamente esoterico,
che le accompagna.
Naturalmente, il motivo della sorpresa e della peculiarità non consiste nel taglio esoterico dell'interpretazione, dato che Dante è, tra i grandi scrittori del passato, uno dei più interessati da parte di letture di natura sapienziale, misterica, segreta, del tipo Dante Fedele d'Amore, Dante Templare - del resto titoli di altrettanti libri ampiamente diffusi - anche se, ai nostri orecchi di profani della materia, proprio la Monarchia ci sembrerebbe essere stata meno interessata delle opere maggiori da questi coinvolgimenti, che tutta via riguardarono in qualche misura anche la critica dantesca pascoliana. La peculiarità, appunto tipicamente americana, del procedere di Carroll consiste nel prescindere dai canali e dagli strumenti abituali della filologia, affidandosi al lume intuitivo. E non è affatto detto che, in determinati contesti, esso non risulti il più penetrante. Torna, anzi, alla mente un grandissimo predecessore di Carroll (sia pure sul versante letterario e non visivo), qual è Ezra Pound, la cui lettura e proposizione di un poeta sodale di Dante, quale Guido Cavalcanti,
seppure - forse - eterodossa dal punto di vista filologico, resta nondimeno di intatto
fascino e coinvolgimento.
Carlo Fabrizio Carli